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domenica 8 novembre 2009

A proposito di civiltà evolute

Ieri sera stava piovendo, con molta intensità. Dopo circa tre giorni purtroppo ho la conferma che una certa persona molto anziana stia per trascorrere la notte seduto, da solo e rannicchiato in un angolo sulla panchina di una pensilina degli autobus. Indossa un giaccone impermeabile verde e nero, ha tirato su il cappuccio, si raccoglie nell'angolo della pensilina degli autobus - chiusa su tre lati - ma sollecitato da mio figlio, guardandolo, sia ho la conferma definitiva che intende trascorrere lì la notte sia penso che sia bene fare qualcosa per lui. Capisco che non sia semplice intervenire in questi casi ma parto con la prima idea di telefonare al 118. L'operatore mi chiarisce che non è un tipo di intervento che loro effettuano e poi cerca di convincermi che queste persone, in genere vogliono vivere così. Che rabbia! Questo lo so anche io ma ...e se fosse il contrario...e se una parola gentile, una tazza di tè caldo, una coperta calda potesse offrire una speranza, la voglia di riprovarci, la voglia di vivere....Provo a far presente all'operatore che abbiamo un problema sociale di cui nessuno se ne occupa....di cui sarebbe bene che ne segnalasse la realtà alla prossima loro riunione .....ma la risposta praticamente è: a me non spetta! Chiedo pertanto un altro consiglio e vengo indirizzato alla centrale della Croce Rossa. In questo caso le risposte sono diverse ma identiche. Sì, effettuiamo dei giri di questo genere ma non questa notte, non siamo di turno noi . E a nulla vale l'insistere per cercare di sapere chi altro sarà di turno questa notte. Non sono loro e non spetta loro saperlo.....

Certo che la misurare del livello di evoluzione della nostra società da questi fatti....proseguite pure voi a concludere la frase.

Ma qualcosa si è mosso, la risposta sociale che si basa sulle peculiarità individuali e non sulle organizzazioni delegate, pensa e riflette. Il pizzaiolo gli ha offerto questa sera da mangiare e bere e poi una coppia, intorno alle 22, con una pioggia battente in corso, lo avvicina, gli parla, lo accompagna via sotto un ombrello di protezione.

Ma perchè le emozioni trovano una loro organizzazione e le organizzazioni non riescono a comprendere le emozioni?

sabato 7 novembre 2009

In che tipo di società vorrei vivere?

Oggi invece ho letto un articolo di massimo Fini sul "Il Fatto Quotidiano" - acquistarlo potrebbe valerne la pena - che mi ha colpito, soprattutto per un certo allineamento con gli altri articoli che qui ho pubblicato a proposito della biodiversità , dello sviluppo sostenibile. Questo mi pare sia il tema che sta andando a prevalere su molti altri ma è anche un tema che può dare finalmente un senso, ...un senso alla mia vita...come canta Vasco Rossi.

  • In che tipo di società sto vivendo?
  • Ma è questa la vita che vorrei vivere?
  • E la vita che sto vivendo è sostenibile?
  • Può rappresentare un modello che anche altri potrebbero adottare?
  • Avrà successo?
  • Nel senso che sarà duplicabile?

(N.d.A.) Non riesco però a trovarlo in rete. Ci riproverò nei prossimi giorni per poterlo condividere con voi. Ho trovato un antefatto a questo articolo, già pubblicato nel 2006, che offre qualche elemento di riflessione.

lunedì 2 novembre 2009

Navdanya

Il movimento Navdanya è un importante programma all'interno della Fondazione di Ricerca, impegnato nel facilitare la conservazione e lo scambio di semi di varietà tradizionali fra gruppi locali e comunità.

Navdanya è un simbolo di diversità in India. "Navdanya" significa nove semi, e indica un equilibrio ecologico diverso a tutti i livelli, dall'ecologia della Terra all'ecologia del nostro corpo. Abbiamo adottato questo simbolo di Navdanya per un network che possa aiutare i coltivatori a proteggere la biodiversità che è alla base del sostegno culturale e materiale delle persone. Noi riteniamo che la diversità biologica non possa essere conservata da programmi centralizzati, globalizzati e gerarchici. Diversità e decentralizzazione vanno di pari passo.

L'erosione della biodiversità genetica e l'estinzione di varietà di semi è ora riconosciuta come una grave minaccia alla sicurezza e alla sopravvivenza dei cibi delle persone.

Anche se le tecnologie della Rivoluzione Verde hanno cancellato la diversità genetica, l'emergente Rivoluzione Biotecnologica minaccia di creare un nuovo livello di uniformità e vulnerabilità genetica. La produzione alimentare mondiale è il vero fondamento in gioco. Inoltre, i nuovi regimi delle proprietà dei diritti intellettuali imposti dal WTO si stanno appropriando di secoli di innovazioni dei coltivatori, schiacciando i diritti dei coltivatori e stabilendo monopoli corporativi. Il seme sta per essere trasformato in una proprietà privata di corporazioni transnazionali dalla risorsa liberamente condivisa che era. Banche sociali dei semi e conservazione in-loco come risposta alla crescente vulnerabilità delle monocolture e dei monopoli, Navdanya ha iniziato un network nazionale di banche sociali di semenze e programmi di conservazione in-loco ( in aziende agricole ) .
Noi vediamo il nostro ruolo nella conservazione dei semi come un catalizzatore, allargando sempre più la cerchia di consapevolezza su questo argomento a livelli differenti dal micro al macro, intervenendo ad aiutare gruppi locali e comunità ad avviare attività di conservazione dei semi e poi lasciandoli quando si sono create le capacità locali.

Diritti intellettuali

I coltivatori si sono rinnovati collettivamente per secoli. La protezione delle loro conoscenze e dei loro diritti collettivi è l'impegno principale di Navdanya. Per questo, Navdanya lavora con organizzazioni di coltivatori per creare consapevolezza. Noi inoltre lavoriamo cercando di rendere i diritti dei coltivatori la base della legislazione sulla Proprietà dei Diritti Intellettuali a livello nazionale e internazionale. Navdanya ha aperto la strada al concetto di liste di comunità biodiverse . Noi riteniamo che la documentazione delle risorse e delle conoscenze di comunità ai livelli locali, regionali, e nazionali possa servire a due fini. Da un lato contribuisce al ringiovanimento della base ecologica dell'agricoltura. Dall'altro una censimento nazionale costruito sulle liste locali di comunità serve come base per affermare le innovazioni intellettuali dei coltivatori come precedenti, prioritari e a fissare dei limiti ai monopoli delle Proprietà dei Diritti Intellettuali in agricoltura. Attualmente Navdanya sta completando Bija Yatra - una ampia campagna nazionale ( in India n.d.t.) allo scopo di creare dibattiti e consapevolezza circa l'erosione e l'estinzione della diversità genetica , gli effetti devastanti della Rivoluzione Verde , la minaccia incombente del WTO che ha promosso un regime di Diritti di Proprietà Intellettuale e i collegamenti a una sicurezza alimentare che sta diminuendo in India. Verso la fine del 1996, i primi alimenti Navdanya hanno iniziato a circolare con l'obiettivo di offrire ai consumatori cibi biologici a crescita sostenibile, senza l'uso di prodotti chimici e pesticidi, salutari e nutrienti . Gli Alimenti Navdanya offrono solo cibi biologici, particolarmente quei semi di quelle varietà locali minacciate dall'estinzione come, per esempio, il nutrizionalmente ricco amaranto. Il programma prevede di avvicinare i coltivatori che vogliono continuare a praticare un'agricoltura ecologica e sostenibile, ma hanno bisogno di sostenersi finanziariamente, ai consumatori che vogliono scegliere cibi nutrienti e sicuri per le loro famiglie. Che cosa sta succedendo ai nostri semi? In India, il 70% delle forniture di semi proviene ancora dai coltivatori, permettendo così il mantenimento e la suddivisione dei benefici della biodiversità agricola. Ma nei paesi industrializzati, la maggior parte degli agricoltori sono diventati dipendenti delle grosse compagnie di semenze per le loro forniture di semi. L'avvento dell'IPRs ( Intellectual Property Rights ) nel contesto degli aspetti collegati al commercio dei Diritti di Proprietà Intellettuale ( TRIPs ) in India fa presagire l'inizio della monopolizzazione dei semi da parte delle grosse compagnie preannunciando l'erosione dei diritti degli agricoltori. La colonizzazione dei nostri semi- una minaccia alla nostra libertà Nell'ultimo secolo quando i colonizzatori stranieri obbligarono i contadini affamati del Bengala e del Bihar a coltivare l'indigofera ( una papilionacea originaria dell'India coltivata per l'estrazione dell'indaco o per ornamento ) , i contadini insorsero in diverse rivolte. Più recentemente in questo secolo, due milioni di persone morirono di fame in India mentre il riso bianco era esportato dagli Inglesi. Nella successiva rivolta Tebhaga, i contadini dichiararono " Noi rinunceremo alle nostre vite, prima di cedere i nostri semi." Oggi i contadini indiani sentono minacciati i loro diritti sui loro chicchi ancora una volta da forze straniere, e ancora una volta, la società Indiana deve assolutamente difendere il suo diritto di utilizzare e far crescere ciò che ritiene più utile. I Nuovi Colonizzatori Non molto tempo fa , la maggior parte dei coltivatori provvedevano loro stessi a far generare, sperimentare, ibridare, incrociare, selezionare e mantenere i semi per la successiva stagione di crescita. Con l'industrializzazione della agricoltura, i coltivatori stanno perdendo queste capacità fondamentali che oltretutto sono alla base della produzione alimentare. L'agricoltura si è declassata ad agribusiness e i coltivatori in operai della catena di montaggio.

Con la Rivoluzione Verde pochi super semi, geneticamente simili, hanno soppiantato le numerose varietà tipiche locali di semi selezionati dai contadini. Le azioni recenti del World Trade Organisation WTO hanno minacciato ulteriormente questo trend, con l'allargamento dei brevetti alle forme di vita, inclusi i semi. L'accordo TRIPs del GATT / WTO è diventato lo strumento globale per le industrie biotecnologiche e dei semi per conquistare il controllo del monopolio sui semi nel mondo industrializzato e ora anche in India. TRIPs sta pubblicizzando il modello UPOV, di cui l'adozione è fortemente raccomandata dalle industrie di semi nei paesi come l'India. Tuttavia l'India ha l'opzione se così sceglie, di sviluppare un sistema "effettivo sui-generis" all'interno del TRIPs che riconosca ai coltivatori i diritti di poter generare, conservare e utilizzare i semi. La campagna Bija Yatra ha lo scopo di fermare questo cambiamento e proteggere i diritti dei coltivatori a usare e conservare i loro stessi semi.

Questo obiettivo può essere raggiunto con l'aumento della consapevolezza delle persone e con una mobilitazione della pubblica opinione contro questi accordi internazionali.

Per gentile concessione dell'Unità abbiamo pensato di pubblicare questa intervista dell'inviata Susanna Ripamonti apparsa sull'Unità del 1 Dicembre 2002


Vandana Shiva, i semi della libertà Intervista con la scienziata indiana che lotta contro l'agricoltura delle multinazionali Varese

E' la storia di Davide contro Golia quella che racconta Vandana Shiva, personaggio ben noto nella galassia "No Global", che da almeno 15 anni combatte per svelare il grande bluff delle multinazionali: le corporazioni come la Monsanto, che arrivarono in India promettendo al contadini raccolti miracolosi, ricchezza e benessere e rivelarono molto presto l'inganno nascosto dietro al miraggio di seducenti campagne pubblicitarie.

Lei, scienziato prestato all'agricoltura, ha fondato un'organizzazione, Navdanya, che raccoglie dieci milioni di agricoltori indiani. Ha attraversato l'India, girando da un villaggio all'altro spiegando ai contadini che il modello proposto dalle multinazionali li avrebbe trasformati da consumatori di sementi a consumatori di prodotti chimici e di semi geneticamente modificati, che non si sarebbero più riprodotti.

Un meccanismo che avrebbe indotto qualcosa che è paragonabile alla tossicodipendenza: la dipendenza dai narcotici dell'agricoltura. Vandana Shiva, lei poche settimane fa era a Firenze, in occasione del Social Forum. Che cosa pensa del movimento No Global? "Tanto per cominciare, forse non si dovrebbe chiamare più No Global, ma Pro Local, nel senso che è un movimento che cerca di promuovere la diversità, la democrazia, il rispetto delle differenze. E' un movimento forte e vibrante, che ha saputo raccogliere attorno a sé forze diverse, manifestando pacificamente nonostante minacce, provocazioni e pressioni». C'è un filo che lega la sua attività in India con questi nuovi movimenti occidentali? «Partiamo da lontano: 10 o 15 anni fa, i modelli di sviluppo dividevano nettamente il Nord dal Sud del mondo: il Nord rappresentava lo sviluppo e il Sud il sottosviluppo. Io non sono stata mai d'accordo con questa rappresentazione della realtà, che rispecchiava un obiettivo preciso: l'Occidente voleva mantenere le sue ricchezze e il Terzo mondo era costretto a rincorrere quel tipo di sviluppo.

Oggi la globalizzazione ha prodotto almeno un effetto positivo: le cose per cui combattono i contadini italiani sono sostanzialmente simili a quelle per cui lottano gli indiani. Entrambi vogliono difendere la qualità della loro vita, produrre in modo sano, su una terra sana». E' sicura che questa consapevolezza sia così diffusa? «Diciamo che in Europa come in India c'è ormai la consapevolezza che le multinazionali che controllano le sementi e privatizzano l'acqua sono un nemico da combattere. Prima della globalizzazione eravamo divisi, adesso, la stessa globalizzazione ci ha uniti". Lei in India ha cercato di costruire delle alternative concrete. Come si può riassumere l'esperienza di Navdanya? "C'è una parola indiana, Satiagre, che spiega il nostro lavoro. Vuol dire combattere per la verità, con la forza della non-violenza. Noi abbiamo stretto un patto con i contadini, convincendoli a non collaborare con le multinazionali. Abbiamo creato una banca dei semi, tutelando l'incredibile varietà di specie che produciamo. Le multinazionali ci dicevano che avevano inventato semi resistenti alla salinità, alle alluvioni, alla siccità. Ma noi abbiamo risposto:"li abbiamo già". La loro ingegneria genetica è assolutamente primitiva rispetto alla ricchezza delle nostre risorse. Abbiamo una tale varietà, che possiamo fare a meno di loro. L'alternativa è semplice contrapporre la bio-diversità alla omogeneizzazione". Non è così facile contrastare, col semplice mezzo della parola, una multinazionale. Come avete fatto? "Noi diamo alternative a contadini che stanno morendo e che si suicidano perché non riescono a saldare i loro debiti. Ma le multinazionali hanno rivelato da sole il loro bluff. Facciamo un esempio: in tre stati dell'India avevano pubblicizzato e venduto un seme di cotone che avrebbe dovuto dare raccolti miracolosi, ma in effetti ha prodotto solo un decimo delle promesse. Il 26 Marzo scorso, i contadini che erano caduti in questa trappola hanno constatato di aver perso un miliardo di rupie: il guadagno mancato rispetto all'uso di semi di cotone tradizionali. Ora stiamo cercando di fare causa alle aziende che hanno venduto miraggi». Avete provato a stabilire rapporti di collaborazione con l'Onu? «L'Onu ha firmato due trattati che aiutano molto il nostro lavoro: uno per la difesa della bio-diversità e uno, stipulato con la Fao, dopo dieci anni di interminabili trattative, sulle risorse genetiche delle piante. Entrambi riconoscono i diritti degli agricoltori, ma adesso si tenta di vanificarli a favore del Wto. In agosto, quando si tenne a Johannesburg il summit del mondo su sostenibilità e sviluppo, noi abbiamo cercato di difendere il trattato sulla bio-diversítà, spiegando che l'Onu non può sottostare ai diktat del Wto, che invece vuole imporre la tutela dei brevetti». Le vostre forme di lotta sono sempre state pacifiche? «Noi lottiamo contro aziende che hanno riconvertito in agricoltura i prodotti chimici dell'industria bellica. Ma abbiamo sempre presente l'insegnamento di Gandhi. Negli anni 30 gli inglesi volevano privatizzare i 7mila chilometri di costa indiana e proibire la libera produzione del sale. Gandhi disse la natura ci ha dato il mare e noi ne abbiamo bisogno per la nostra so- pravvivenza. Le vostre leggi sono immorali e noi non ubbidiamo a leggi immorali. Noi oggi diciamo esattamente la stessa cosa: la natura ci ha dato gratuitamente i semi che appartenevano ai nostri antenati e noi continuiamo a volerli usare liberamente».

Per gentile concessione dell'Unità abbiamo pensato di pubblicare questo articolo a firma di Pietro Greco apparso sul quotidiano del 26 Giugno 2001 come contributo italiano collegato al tema della biodiversità
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Sviluppo senza crescita? Si può. Qualità e sostenibilità dell'economia in una "Lettera aperta agli economisti"

Abbattiamo il mito ormai insostenibile della crescita materiale illimitata. E costruiamo un progetto politico fondato su un obiettivo sociale ed economico più maturo: lo sviluppo umano. E' questa, nella sua essenza, la proposta che un gruppo di intellettuali della sinistra attento ai temi dell'ambiente esprime in un libro, Lettera aperta agli economisti. Crescita e crisi ecologica, appena uscito per i tipi della Manifestolibri a cura di Carla Ravaioli. Si tratta di un dibattito che si è sviluppato nel corso di alcuni mesi sulle pagine del Manifesto. La proposta avanzata dal gruppo di intellettuali è forse opinabile nel merito (e qualcuno, per la verità, la rifiuta addirittura con sdegno), ma è quanto mai tempestiva, opportuna e lucida nel metodo. Il problema dello «sviluppo sostenibile o, se volete, della «qualità dello sviluppo» è infatti più che mai attuale. E' il tema che sottende ai rapporti economici e politici più caldi tra Europa e Stati Uniti. E'il tema che sottende ai rapporti tra Nord e Sud del mondo. E', in buona sostanza, il tema che sottende agi incontri del G8 e alle proteste dei variegato «popolo di Seattle». Sarà il tema su cui si impernierà la Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo che si terrà nel mese di settembre del 2002 a Johannesburg, in Sud Africa, dieci anni dopo Rio de Janeiro. Insomma, è di gran lunga il tema principale nell'agenda politica internazionale. Il problema dello «sviluppo sostenibile» nasce da tre condizioni di fatto ormai difficili da contestare. Primo: lo stato dell'ambiente globale e di molti ambienti locali sta peggiorando. La temperatura media dei pianeta sta aumentando. I deserti avanzano. Le foreste arretrano. L'acqua potabile è una risorsa che diventa sempre più rara. Una parte cospicua di questo cambiamento ambientale globale è frutto della dissipazione dei capitali naturali prodotti sia per depletion (uso delle risorse) che per pollution (inquinamento) dalle attività umane. Le conseguenze di questi cambiamenti ecologici hanno effetti sociali sempre più evidenti. In breve: già oggi peggiorano la qualità della vita di centinaia di milioni di uomini. Soprattutto nel Terzo Mondo, ma non solo nel Terzo Mondo. Secondo aumenta la ricchezza prodotta nel mondo. Nel 2000 il prodotto interno lordo del pianeta è stato di 42.ooo miliardi di dollari- 7 volte più che nel 1950. Ma aumentano anche le disuguaglianze economiche e sociali. L'80% di questa ricchezza è a disposizione del 20% della popolazione mondiale. Il reddito pro capite della metà dell'umanità non supera i due dollari al giorno; 1,9 miliardi di persone vivono con un solo dollaro al giorno. Cresce la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri. Mentre ricchezze enormi si concentrano nelle mani di una elite sempre più ristretta. Il bilancio annuale di una singola grande azienda multinazionale come la General Motors (164 miliardi di dollari) supera di circa il 25% quello del più ricco paese dell'Africa sub sahariana, il Sud Africa (129 miliardi di dollari). Le duecento persone più ricche del pianeta dispongono di più risorse dei due miliardi di persone più povere. Terzo: l'attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita della produzione e dei consumi di beni materiali in un'economia di mercato risulta sia ecologicamente sia socialmente insostenibile. Le reazioni a questa situazione obiettiva sono le più svariate. Ma è possibile ridurle a tre tipologie principali. La prima è quella che, nei fatti, nega che i tre dati siano strettamente collegati. Molti economisti e, soprattutto, molti politici continuano a credere che non c'è sviluppo possibile senza crescita. La insostenibilità sociale può essere recuperata solo attraverso un costante aumento dei beni materiali prodotti. Solo una maggiore ricchezza è compatibile con una migliore distribuzione della ricchezza. In questo quadro, i vincoli ambientali vanno certo tenuti in conto, ma sono subordinati alla priorità assoluta della crescita. Una seconda posizione (che è già minoritaria) non nega che i tre dati siano strettamente correlati. Nega che ci sia bisogno di un cambiamento del modello di sviluppo. Molti economisti attenti ai problemi dell'ambiente propongono la «crescita compatibile». Sostengono, cioè, che la crescita nell'ambito di un'economia di mercato non può né deve essere fermata; può essere però resa compatibile con l'ambiente e la giustizia sociale. In particolare la compatibilità tra crescita economica e ambiente sarebbe resa possibile dalla diminuzione dell'intensità di materia e dell'intensità di energia in un'economia di mercato avanzata, infatti, per produrre un dollaro di ricchezza occorre sempre meno materia e occorre sempre meno energia. La terza posizione, quella espressa dagli estensori della lettera aperta agli economisti, sostiene la necessità inderogabile di cambiare il modello economico e propone, quindi, uno «sviluppo senza crescita». La diminuzione dell'intensità di materia e di energia infatti non è sufficiente a rendere ecologicamente sostenibile la crescita economica perché l'aumento rapidissimo dei consumi sta determinando comunque un aumento della quantità di materia e di energia usati dall'uomo, ovvero un aumento dell'«impronta umana» sull'ambiente. Inoltre il modello fondato sul valore assoluto del mercato sta dimostrando di essere incapace di ridistribuire in modo equo la ricchezza e recuperare l'insostenibilità sociale della crescita. Insomma, se vogliamo perseguire la sostenibilità ecologica e sociale dell'economia dobbiamo abbattere il mito della crescita. E sostituirlo con nuovi valori. Impresa titanica, anche se senza alternative. Che si espone a un rischio, puntualmente rilevato dall'economista Augusto Graziani. Indulgere a una visione neobucolica e sostanzialmente conservatrice: di ritorno a un improbabile «stato di natura» che finirebbe per cristallizzare lo status quo e condannare la gran parte dell'umanità a condizioni di sottosviluppo perpetuo. La sostenibilità ambientale verrebbe perseguita a scapito della sostenibilità sociale. Questo rischio esiste. E può essere evitato solo assumendo una visione dinamica del rapporto tra uomo e (resto della) natura, che è un rapporto coevolutivo. In altri termini, chi persegue lo «sviluppo senza crescita» socialmente equo deve avere una visione critica, ma progressiva della conoscenza scientifica e dell'innovazione tecnologica. Resta il problema di quali valori, progressivi è possibile porre al centro dei progetti di sviluppo, una volta cancellato il valore della crescita. Esiste un simile valore progressivo? Da molto tempo un gruppo di economisti, alcuni dei quali collaboratori delle Nazioni Unite, formulano critiche serrate al vecchio modo, quantitativo, di misurare la ricchezza delle nazioni. E ne propongono uno più qualitativo. Non misuriamo, dicono, solo quanti beni materiali hanno i cittadini di una nazione (calcolo sintetizzato nel PIL, il prodotto interno lordo). Ma misuriamo anche il modo in cui questi beni sono usati. Cerchiamo di misurare la ricchezza di una nazione anche sulla base di indici immateriali come la cultura, la salute, la qualità dell'ambiente, la qualità della vita. L'indicazione è interessante. Perché propone un quadro in cui l'economia cessa di essere un fine e (ri)diventa il mezzo per migliorare la condizione umana. In questa visione assume un senso compiuto disaccoppiare la crescita dallo sviluppo. Se cerchiamo il benessere complessivo dell'uomo, scrive Paolo Sylos Labini, in una società avanzata la crescita dei beni materiali non è più così importante, una volta soddisfatte le esigenze fondamentali. In una società avanzata che ha soddisfatto le esigenze fondamentali di beni materiali dei suoi cittadini lo sviluppo dell'uomo può essere perseguito attraverso la ricerca di uno stato immateriale di benessere: la salute, la cultura, la qualità della vita. In questa visione dello sviluppo è contenuta la sostenibilità sociale (è prioritario fornire tutti i cittadini dei beni materiali fondamentali) ed è contenuta la sostenibilità ambientale (stato stazionario dei consumi di materia/energia, attenzione alla qualità dell'ambiente quale aspetto primario della qualità della vita). Gli estensori della lettera aperta invitano gli economisti a dare sostanza scientifica a questo progetto. 0, come si direbbe in gergo, a internalizzare i vincoli economici. Ma il progetto, a ben vedere, non riguarda solo gli economisti. Il progetto riguarda la politica. E, in particolare, la politica della sinistra. Perché offre alla sinistra una griglia potente per interpretare e cercare di modificare il mondo nell'era della globalizzazione. Forse questa offerta merita di essere attentamente valutata e dibattuta.

Che cosa si intende per biodiversità?

Questa traduzione in italiano, anche se non ufficiale, vuole contribuire al lavoro del Home Research Foundation for Science, Technology & Ecology.
Il Centro di ricerca per la Scienza,la Tecnologia e l’Ecologia è stato fondato a Dehra Dun, Uttar Pradesh (INDIA) nel 1982 dalla dott.sa Vandana Shiva.
Lavora sulla conservazione della biodiversità e protegge i diritti delle persone dalle minacce ai loro mezzi di sussistenza e all’ambiente da sistemi centralizzati di monocolture in silvicoltura, agricoltura e pesca
Una Semplice Discussione sulla Biodiversità
D: Che cosa è la Biodiversità ?
R: Buona domanda. Al livello più semplice, la biodiversità del pianeta è la somma di tutta la vita sulla terra. Se si volesse contare ciascuna forma di vita che si può trovare sul pianeta – le api, i pavoni, i protozoi, gli alberi di bambù, ecc. si arriverebbe alla biodiversità della terra. La biodiversità agricola è la somma di tutti i tipi di piante vive che l’umanità coltiva e mangia. A causa degli insediamenti umani e delle pratiche agricole, l’ultimo secolo ha visto un declino definitivo della biodiversità sulla Terra, particolarmente la sua biodiversità agricola. Il modo più semplice in cui , come consumatore, puoi aiutare a conservare la biodiversità è mangiare quello che noi chiamiamo “cibo biodiverso”, e in generale utilizzare prodotti che siano frutto di diverse coltivazioni biologiche.

D: Aspetta, va piano! Perché dovrei preoccuparmene? Chi vuole conservare la biodiversità? E perché in ogni caso è drasticamente diminuita ?

R: Rilassati. Spiegheremo tutto fra poco.
A questo punto spieghiamo perché il cibo biodiverso fa bene.

D: Che cosa s’intende, in ogni modo, per cibo biodiverso?

R: Questa è una buona domanda! Noi definiamo una dieta biodiversa quella che contiene questi tre elementi: Tre Elementi di una Dieta Biodiversa 1. Prima di tutto, una dieta biodiversa è basata su alimenti cresciuti in modo tradizionale, senza l’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi, da semi tipici locali che siano stati conservati dai coltivatori, piuttosto che prodotti da grandi aziende di semenze. 2. In una classificazione più ampia, che consideri ad esempio i frutti o i cereali, una dieta biodiversa includerà più di un tipo. Cioè, piuttosto che mangiare solo riso o grano, una dieta biodiversa sarà costituita da riso, grano, miglio, amaranto, e altre coltivazioni tipiche locali. 3. Una dieta biodiversa, inoltre sarà a base di parecchie varietà di una singola coltivazione – ad esempio non un solo tipo di riso, ma parecchie varietà differenti.

D:I miei piatti preferiti sono a base di cipolla, riso e mango leggermente saltato – questo è biodiverso, giusto?
R: Al contrario. Saranno biodiversi in funzione del tipo di mango, del tipo di riso e del suo tipo di alimentazione in generale. Alimentarsi con generi diversi di cibo non assicura la biodiversità.

D: Gli alimenti biodiversi differiscono da quelli biologici?
R: In pratica c’è una certa coincidenza fra cibi biodiversi e biologici, poiché gli alimenti biologici coltivati senza trattamenti chimici tendono ad essere coltivati utilizzando metodi e semi tradizionali che li rendono perciò biodiversi. Tuttavia poiché è possibile una coltivazione biologica da semi che non siano geneticamente diversi, una produzione d’alimenti biologica potrebbe non essere biodiversa.

D: Ora potrei sapere perché la biodiversità è importante? Intendo, perché me ne dovrei preoccupare?
R: Dalla pratica alla teoria, ci sono una serie di ragioni molto forti per conservare la biodiversità. A livello di base, conservare la biodiversità mantiene delle risorse genetiche di valore ed è essenziale alla stabilità dell’ecosistema. A un livello più immediato, gli alimenti biodiversi sono migliori per il consumatore, il miglioramento delle coltivazioni biodiverse è migliore per il coltivatore e i metodi tradizionali di coltivazione sono migliori per l’ambiente. Vediamo più da vicino che cosa li rende così: Effetti Positivi della Biodiversità 1. Per il consumatore: gli alimenti biodiversi sono più salutari di cibi ottenuti da una mono - coltivazione. Le coltivazioni biodiverse non richiedono l’aiuto di pesticidi chimici e fertilizzanti nella loro crescita, pertanto sono prive di residui chimici, cosa purtroppo inevitabile nelle coltivazioni intensive, nelle mono colture. 2. Per il coltivatore: coltivare biodiversamente include automaticamente parecchi tipi di coltivazioni simultaneamente. Ciò rende il coltivatore meno vulnerabile ai disastri naturali. ( Una coltivazione potrebbe essere distrutta mentre un’altra resiste ) Inoltre se i prezzi di mercato fossero troppo bassi per il coltivatore, per sostenerlo con la vendita di un raccolto, egli/ella sarebbe in grado di continuare la produzione. Questo ovviamente non è il caso di coltivazioni profittevoli come il cotone o la canna da zucchero. Poi, le pratiche agricole tradizionali non hanno bisogno dei forti investimenti richiesti dai pesticidi e dai fertilizzanti in commercio, permettendo così ai piccoli coltivatori di mantenere la loro indipendenza ( e proprietà ). Non ultimo, le coltivazioni locali spesso hanno proprietà benefiche particolari che non hanno gli ibridi ad alta resa; per esempio potrebbero anche fornire un buon foraggio o una buona paglia. Così, coltivazioni biodiverse contribuiscono in molti modi al benessere della fattoria. 3. Per l’ambiente: Semenze locali già adattate richiedono meno risorse per la loro produzione poiché sono già adattate all’ambiente e non producono un danno diretto al sistema. I semi ibridi in commercio richiedono invece trattamenti di fertilizzanti chimici e pesticidi che non vanno bene per l’ambiente, poiché distruggono l’ecosistema che circonda le fattorie, inquinano le falde acquifere della comunità e obbligano a un utilizzo di maggiori risorse per produrre poi dei fertilizzanti e pesticidi biologici naturali.

D: Se la biodiversità è così importante per ciascuno di noi, perché sta continuando la sua distruzione?
R: L’ ha detta giusta! Prima di tutto distinguiamo fra la distruzione totale della biodiversità e quella agricola. La deforestazione, il disboscamento del territori per le attività dell’uomo, e quasi tutti i disturbi a un ecosistema esistente causano una perdita di biodiversità. All’interno di questa più vasta distruzione di biodiversità, quello in cui siamo più interessati, oltre agli alimenti biodiversi, è la distruzione della biodiversità agricola.

D: Va bene, va bene. Che cosa causa la distruzione della biodiversità agricola?
R: E’ complicato. Continui a seguirci. L’ultima metà di questo secolo ha visto una serie di cambiamenti nelle metodiche agricole, spesso raccolte sotto la terminologia di “Rivoluzione verde”. L’uso di semi ibridi molto adattabili, che richiede notevoli utilizzi di pesticidi chimici, fertilizzanti chimici e irrigazione, si è diffuso notevolmente. Ciò è stato dovuto, ampiamente, all’incoraggiamento di agenzie internazionali e governi locali che hanno promosso tali pratiche attraverso incentivi economici e la costituzione di agenzie di semenze che hanno distribuito tali semi ibridi. Questi incentivi hanno distorto il mercato, conducendolo al mito dell’aumento dei benefici economici derivanti da semi ad alta resa. Il Mito dell’Efficienza Economica Dall’avvento della rivoluzione verde, le varietà ibride di grano, riso, mais sono state propagandate come se avessero potuto consentire elevate e miracolose rese. I sostenitori dei metodi di coltivazione tradizionali locali, come ad esempio in India, sono stati raggirati da pubblicazioni apparentemente rigorose che spiegavano la perdita del loro valore economico. Tutto ciò basato su presupposti economici inesatti: il principale dei quali è che l’unica misura del valore di una coltivazione è basata sulla sua resa. Questo presupposto ha poco in comune con la realtà. I metodi tipici tradizionali di coltivazione producono più di un tipo di raccolto e il valore di ciascun raccolto non è esclusivamente basato sui loro chicchi. Una valida analisi economica di confronto dei sistemi di coltivazione nel suo complesso – metodi tradizionali di rotazione dei raccolti contro monocolture di ibridi ad alta resa – certamente metterebbe in forte risalto il valore economico di mantenere il sistema di biodiversità locale.

D: Perché ciò porta a una diminuzione della biodiversità?
R: I semi hanno bisogno di essere ripiantati per sopravvivere. Quando un coltivatore inizia a utilizzare semi ibridi, smette di seminare varietà tipiche locali e biodiverse, cosicché queste varietà spariscono velocemente.

D:Ehi! Sembra che queste politiche siano state negative per quasi tutti quelli che ne sono stati coinvolti! Non potranno mica essere ancora utilizzate?
R: Sfortunatamente possono e lo sono. La continua esistenza di questo sistema è dovuta essenzialmente ai benefici che una minoranza ottiene dal loro impiego. La cosa funziona così: i semi ibridi dipendono molto dalle grosse necessità di fertilizzanti e pesticidi chimici. La vendita e la produzione di semi ibridi e dei prodotti chimici dai quali dipendono è un’attività a scopo di lucro monopolizzata da un piccolo numero di aziende multinazionali. Queste compagnie transazionali, ( non le masse affamate e certamente neppure i coltivatori ) sono i principali beneficiari dell’uso continuo di questi ibridi. Queste compagnie tendono a controllare il potere in modo proporzionato ai loro conti bancari virtualmente senza fine – e questo potere è strumentale nell’imporre la continuazione del corrente sistema agricolo. I primi strumenti di questa continuazione sono state le organizzazioni internazionali le cui politiche agricole sono state ampiamente imposte da queste multinazionali. Particolarmente fastidiosa è la recente attività sui diritti di proprietà intellettuale e brevetti sulla vita. Attraverso accordi internazionali sul commercio, le nazioni occidentali stanno cercando di forzare i paesi in via di sviluppo a riconoscere i brevetti su forme vitali come un atto legittimo. Il diritto a brevettare semi mette in pericolo chiaramente la biodiversità agricola in quello che il coltivatore, tradizionale rappresentante la biodiversità agricola, normalmente fa per mantenerla: la riproduzione e la propagazione dei semi. Inoltre, questi tentativi di brevettare semi sono semplicemente ridicoli in qualsiasi analisi razionale. La scienza moderna non ha ancora la capacità di creare la vita, è solamente in grado di apportare piccole modifiche a forme di vita già esistenti. L’affermazione di coloro i quali sostengono di avere creato un nuovo tipo di coltivazione è perciò incredibile considerando che quello che veramente hanno fatto è solo di aver accelerato un processo che i contadini locali hanno fatto per secoli. Guarda caso, inoltre, i semi prodotti in tali laboratori raramente hanno il potenziale di sopravvivenza e di riproduzione dei semi originali e rimangono dipendenti da supporti esterni attraverso tutta la loro vita.

Perché gli indigeni hanno iniziato a lavorare?

da Peter Worsley - La tromba suonerà - Einaudi

"Un potente incentivo al lavoro salariato indigeno venne dato, oltre che dalla spinta di nuovi bisogni, dall'introduzione delle tasse. nel suo rapporto sulla situazione indigena nella Nuova guinea per il 1924, il colonnello Ainsworth dichiarava che "lo scopo principale dell'introduzione del testatico non era quello di una entrata per il fisco, bensì quello di fare del denaro una necessità per gli indigeni, così da render loro desiderabile il lavorare per gli europei e da costringerli ad accettare le offerte di lavoro"

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